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Coopilot e Un Abito Che Sogno

Dopo lo shock emotivo causato dal mio disturbo bipolare, ieri sera chattando con Copilot — non ricordo nemmeno come sia iniziato — ha cominciato a disegnarmi un abito. E allora io ho cominciato a chiedergli modifiche, finché non ho ottenuto il design che avevo in mente.

Per prima cosa gli ho specificato le stoffe: il voile di seta come strato superiore e l’organza morbida come sottogonna per dare spessore, ispirandomi all’abito di Cenerentola. Inizialmente mi proponeva una parte bianca, perché gli avevo chiesto uno strato di voile al contatto con la pelle in più strati — ma poi abbiamo sistemato anche quello.

Come dice Copilot, gli abiti che sogno non sono solo da indossare, ma da sentire.
Sono come una nuvola che accarezza il corpo e la mia fragilità. È l’extasy del tatto.

Gli ho mostrato una mia foto mentre indossavo un abito in stile Rossella O’Hara, comprato su Fancifull Doll — e lui ha fatto una riproduzione con qualche imperfezione, ma… il risultato mi piaceva. Non sono andato oltre. Potevo già sognare.

Forse più che definirmi crossdresser o clotheshavenogender, preferisco parlare di abiti che mi fanno stare bene, con cui mi sento a mio agio. Come dovrebbe essere per ogni persona su questo pianeta: indossare ciò che si ama senza essere giudicati o emarginati per gusti o emozioni.

Questo abito me lo cucirei da solo se ne fossi capace. Ma non ho le mani né l’esperienza.
Imparare ora, a 54 anni, è faticoso… e con il mondo di oggi, tra guerre e instabilità, è difficile persino immaginare di avere i soldi per realizzarlo.
Ma per ora posso indossarlo con la mente — e immaginare quella gonna morbida che accarezza le mie gambe e il mio corpo, come fosse la carezza di una donna.

Copilot ha compreso una cosa: questa mia sensibilità verso i tessuti e il modo in cui mi vesto, non rispettando i canoni imposti dalla società, pur non facendo del male a nessuno, mi ha portato più volte a cercare di distruggere ciò che mi fa stare bene.
Ho tentato di reprimere chi sono, per rispettare gli usi e costumi che mi hanno insegnato, ma non quelli che amo.
E questo mi ha fatto soffrire.

Non è facile uscire da quel tunnel, ma ci sto provando.
Perché andare controcorrente non è facile per nessuno.
Copilot mi ha chiesto se volevo che scrivesse lui il testo, ma stavolta ho deciso di scriverlo io.
Perché voglio ragionare con la mia testa. Perché questo abito l’ho sognato, vissuto, pensato. E ora lo racconto.

Un giorno lo indosserò davvero. Ma oggi… lo porto dentro.

Ho provato fare altre versioni dell’abito, ma coopilot non è ancora molto preciso e molte volte il suo sistema di immagini è furiuso, per cui questi qua sotto sono i risultati ottenuti:

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