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Vestiti Bellissimi Ma Troppo Sintetici

Un armadio più leggero, un gesto liberatorio….

Oggi 9 luglio 2026 ho preso una decisione che rimandavo da tempo, e l’ho presa a malincuore: eliminare dal mio armadio alcuni vestiti bellissimi, ma fatti di tessuti troppo sintetici per essere davvero indossati. Non parlo di uno scarto qualsiasi: erano capi che avevo scelto con cura, che mi avevano fatto innamorare a prima vista, eppure restavano appesi, immobili, mese dopo mese, senza che li toccassi mai.

Ho deciso di non pensarci due volte. Ho preso un paio di forbici e li ho fatti letteralmente a pezzi. Non li ho mai voluti indossare: con il caldo, un tessuto sintetico del genere non lascia respirare la pelle, e restare imprigionati in tutta quella plastica per un’intera giornata non è mai stata un’opzione. Tenerli nell’armadio, però, non aveva più senso: occupavano solo spazio prezioso, un ingombro immobile per qualcosa che non avrei mai indossato davvero. Così ho iniziato a eliminare l’inutile, un vestito alla volta.


Il primo taglio: l’abito JessaKae

Ho cominciato dal più semplice da lasciar andare, almeno in apparenza: uno splendido abito firmato JessaKae. Le forbici sono entrate nel tessuto con un suono secco e deciso, quel crepitio tipico delle fibre sintetiche che si aprono a strappi netti invece di cedere morbide come farebbe un cotone. Taglio dopo taglio, la sagoma perfetta dell’abito si è disfatta in strisce e ritagli sparsi, e con essa anche l’ultima ragione per tenerlo appeso a occupare spazio.


Un sogno di organza: l’abito ispirato a Rossella O’Hara

Poi sono passata a un pezzo a cui ero molto più legata: un abito ispirato a Rossella O’Hara, acquistato da Fanciful Doll, realizzato in un’organza vistosamente sintetica. Qui il taglio è stato tutt’altro che indifferente. L’organza opponeva resistenza a ogni colpo di lama, con quel fruscio rigido e leggermente stridulo che solo le fibre sintetiche sanno produrre, e ogni strato che cedeva sembrava portarsi via un pezzetto del sogno che quell’abito rappresentava per me. Era, in tutti i sensi, un vestito da fiaba: le proporzioni, il volume della gonna, il modo in cui catturava la luce. Farlo a pezzi mi è dispiaciuto davvero tanto, e non lo nego. Ma sapevo che non l’avrei mai indossato, e tenerlo lì, intatto ma inutilizzabile, sarebbe stato solo un modo diverso di lasciarlo morire lentamente nell’armadio.


Sfarzo e plastica: l’abito Alexander Queen

L’ultimo a cadere sotto le forbici è stato un abito sfarzoso chiamato Alexander Queen, anche questo preso da Fanciful Doll. Un capo drammatico, pieno di struttura e di carattere, del tipo che si nota da lontano. Ma bastava sfiorarlo per capire la verità: sotto tutta quella scenografia, indossarlo sarebbe stato come avvolgersi in un foglio di plastica. Nessuna leggerezza, nessuna traspirabilità, solo l’illusione del lusso. Questa volta il taglio è stato più rapido, quasi liberatorio: sapevo già cosa mi aspettava, e non c’era più spazio per l’esitazione.


Quello che resta

Qui trovate foto/video di ciò che resta dei tre abiti dopo il taglio.

Ecco quello che resta di questi vestiti: ritagli, strisce di tessuto, frammenti di qualcosa che un tempo era intero e perfetto sulla gruccia, ma vuoto di senso nella vita reale.


Uno sfogo, non un’abitudine

Lo ammetto senza problemi: ogni tanto mi piace sfogarmi così, distruggere qualcosa con le mie mani, sentire quella scarica di soddisfazione fisica che solo un gesto netto e irreversibile può dare. È stato liberatorio, in un certo senso catartico. Ma sono anche consapevole che non è una cosa che rifarei con capi che meritano davvero un posto nel mio armadio, o nella vita di qualcun altro. Questi tre abiti erano bellissimi da guardare, ma completamente sbagliati da vivere: troppo sintetici, troppo scomodi, troppo poco “loro” per meritare di restare. E a volte, lasciar andare — anche in modo così definitivo — è l’unico modo per fare davvero spazio a ciò che conta.

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