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Bridgerton 4: la mia recensione della quarta stagione

Anche quest’anno Netflix ha riportato la famiglia Bridgerton sui nostri schermi, con la quarta stagione arrivata in due parti: i primi quattro episodi il 29 gennaio 2026, e gli ultimi quattro il 26 febbraio. Otto episodi in tutto, dedicati questa volta a Benedict Bridgerton, il secondogenito interpretato da Luke Thompson.

Di cosa parla questa stagione

La storia riprende il romanzo “An Offer from a Gentleman” e ruota attorno all’incontro tra Benedict e una misteriosa “Dama d’Argento” durante un ballo in maschera organizzato da Lady Violet. Benedict ne rimane affascinato, ma non sa che quella donna è in realtà Sophie Baek (Yerin Ha), una cameriera che vive una doppia vita ben lontana dai saloni dell’alta società. Da qui parte un intreccio tutto giocato su identità nascoste, equivoci e la domanda di fondo: l’amore può davvero superare le barriere di classe imposte dalla società?

Accanto a Benedict e Sophie ritroviamo il resto della famiglia: Anthony (Jonathan Bailey), Violet (Ruth Gemmell), Penelope (Nicola Coughlan), Colin (Luke Newton) ed Eloise (Claudia Jessie), oltre a nuovi personaggi come Lady Araminta Gunningworth (Katie Leung) e Lord John Stirling (Victor Alli).

Le mie impressioni

Nel complesso la stagione mi è piaciuta, ma devo essere sincero: rispetto alle prime tre stagioni non mi ha stimolato molto l’immaginazione. C’è qualcosa che ho trovato fin da subito un po’ troppo scontato nella premessa.

Ci ho pensato su, ed è il tema della differenza di classe sociale a lasciarmi perplesso: nei film, e spesso anche nella vita reale, si vede quasi sempre l’uomo innamorarsi di una donna di condizione sociale inferiore, mentre il contrario capita molto più raramente. È una dinamica che conosciamo fin troppo bene, e fin dalle prime scene mi ha ricordato subito Cenerentola: il ballo in maschera, l’identità nascosta, l’uomo di rango che si invaghisce di una donna del popolo. Un canovaccio classico, ma proprio per questo prevedibile.

Non tutto, però, è scontato: una delle sorellastre di Sophie, ad esempio, si distingue fin da subito perché cerca di aiutarla, rompendo lo schema classico della sorellastra cattiva e regalando un po’ di sfumatura in più a un intreccio che altrimenti rischiava di essere fin troppo lineare.

C’è poi un dettaglio della trama che mi ha lasciato piuttosto perplesso: Benedict è un pittore, e si sa che la memoria visiva di chi dipinge è solitamente molto allenata, proprio perché il riconoscimento dei volti e dei dettagli è parte del mestiere. Io stesso ho una memoria visiva piuttosto limitata, eppure trovo comunque poco credibile che un personaggio con quella sensibilità artistica possa lasciarsi ingannare così a lungo da una semplice maschera. Un espediente narrativo che ho fatto fatica a digerire fino in fondo.

Un’altra cosa che mi ha convinto poco è la caratterizzazione della Regina: l’ho trovata portata un po’ troppo agli estremi, quasi del tutto priva di empatia, al punto da renderla poco credibile come personaggio. Capisco la funzione drammatica, ma a tratti ho avuto la sensazione di un tratto forzato più che di una scelta di scrittura organica.

Detto questo, ci sono cose che mi hanno fatto piacere: Sophie era davvero un bel personaggio, oltre che esteticamente molto gradevole, e ho apprezzato rivedere Simone Ashley nei panni di Kate Sharma, anche se il suo ritorno è stato fin troppo breve — ho un debole per lei fin dalla seconda stagione, e ne avrei voluta vedere di più.

Il verdetto

Una stagione godibile, ben confezionata come ci ha abituato Netflix, ma che secondo me non raggiunge i livelli delle prime tre. Se dovessi consigliarla direi di guardarla senza aspettative troppo alte: si lascia vedere volentieri, ma non lascia lo stesso segno delle storie di Anthony, Kate, Daphne o Penelope e Colin.

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